644 giorni dopo, siamo tornati a casa

 

Ci sono sere in cui il calcio smette di essere soltanto calcio, il risultato si restringe fino a diventare quasi un dettaglio e novanta minuti non bastano più a spiegare quello che è successo, perché quello che resta non entra in un tabellino, non si misura con i gol, non si racconta guardando una classifica.

Ieri sera allo Iacovone è successo questo.

Dodicimila persone sono entrate in uno stadio, ma in realtà sono tornate a casa.

Dopo 644 giorni.

Seicentoquarantaquattro giorni sono tanti quando si aspetta qualcosa che appartiene alla propria vita, sono un tempo enorme quando quella mancanza ha il rumore di una curva vuota, dei gradoni senza voci, di una domenica che arriva e non sa più dove andare.

Poi, improvvisamente, quelle porte si sono riaperte.

E Taranto è tornata ad abbracciare il suo stadio.

Lo ha fatto nel modo che conosce meglio, senza chiedere permesso alle emozioni, riempiendo gli spalti di rosso e di blu, ritrovando facce, gesti, abitudini, sciarpe conservate come reliquie e quella sensazione impossibile da spiegare a chi pensa che uno stadio sia soltanto cemento, seggiolini e fari accesi.

Lo Iacovone non è questo.

Lo Iacovone è memoria.

È appartenenza.

È il posto nel quale generazioni diverse hanno imparato a riconoscersi senza bisogno di presentarsi, perché basta una maglia, basta un coro, basta guardare verso il campo per capire di essere parte della stessa storia.

Ieri sera quella storia aveva dodicimila voci.

Ma ne aveva anche una che non aveva bisogno di gridare.

Quella della signora Paola Raisi, moglie del compianto Erasmo Iacovone.

Il suo ingresso, il suo abbraccio, il tributo di uno stadio intero hanno regalato alla serata qualcosa che andava oltre qualsiasi cerimonia, perché in quel momento il nome scritto sull'impianto è tornato ad avere un volto, una famiglia, una storia vera, e il pubblico ha potuto stringersi idealmente intorno a una donna che porta con sé una parte profonda della memoria rossoblù.

È stato uno di quei momenti in cui persino il rumore sembra cambiare.

Dodicimila persone possono fare un frastuono enorme, eppure ci sono applausi capaci di avere dentro anche il silenzio, la riconoscenza, il rispetto.

E forse è proprio lì che abbiamo capito fino in fondo cosa significasse essere tornati.

Perché il calcio passa.

Le partite finiscono.

I risultati vengono ricordati, discussi, dimenticati, sostituiti da quelli della domenica successiva.

Ma alcune immagini restano.

Restano gli occhi di chi entra nuovamente allo Iacovone dopo 644 giorni.

Restano i bambini accompagnati per mano, quelli che forse questo stadio lo avevano sentito raccontare prima ancora di poterlo vivere davvero.

Restano gli uomini e le donne che hanno attraversato decenni di Taranto, promozioni, cadute, partenze, ritorni, illusioni e testardissime speranze.

Restano le sciarpe alzate.

Restano le luci.

Restano dodicimila persone che, per qualche ora, hanno deciso che tutto il resto poteva aspettare.

Perché ieri il risultato sul campo è quasi passato in secondo piano.

E dirlo, nel calcio, sembra quasi un'eresia.

Ma certe sere hanno una religione diversa.

La fede non era soltanto quella per undici maglie che correvano dietro a un pallone.

La fede era esserci.

Ritrovarsi.

Rimettere piede nel posto dove tante volte abbiamo lasciato un pezzo di noi.

Ieri sera lo Iacovone è stato poesia, fede e religione.

Una cattedrale senza silenzio, con il rosso e il blu al posto delle vetrate e dodicimila voci al posto delle campane.

E dentro quella cattedrale c'era una città che, almeno per una sera, non aveva bisogno di spiegare niente a nessuno.

Perché Taranto conosce perfettamente il significato delle sue ferite, delle sue attese e dei suoi ritorni.

Forse è proprio per questo che sa trasformare una partita di calcio in qualcosa di molto più grande.

Ieri non siamo entrati semplicemente allo stadio.

Abbiamo riaperto una porta rimasta chiusa troppo a lungo.

Abbiamo ritrovato un rumore che ci mancava.

Abbiamo abbracciato Paola Raisi e, attraverso lei, ancora una volta Erasmo.

Abbiamo guardato quella maglia e ci siamo ricordati perché, nonostante tutto, siamo ancora qui.

Perché lo Iacovone non è soltanto il luogo in cui Taranto gioca: è il luogo in cui Taranto si riconosce. E nel nome di Erasmo Iacovone, custodito da sua moglie e da una città intera, quella memoria è tornata a vivere davanti a dodicimila persone.

Il calcio passerà, le partite finiranno, ma certe appartenenze restano.

Ieri Taranto non è semplicemente tornata allo Iacovone.

È tornata a se stessa.

✒️ Redazione L049

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